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fotografia7 min di lettura

Il punctum, la piccola ferita

Barthes distingueva due sguardi sulla fotografia: lo studium che capisce e il punctum che ferisce. Elogio del dettaglio che ci trafigge.

VLVera Lo CascioLettrice critica · 10 giugno

Roland Barthes, davanti alle fotografie, separava due movimenti dell'occhio. Lo studium è ciò che sappiamo guardando: il contesto, l'epoca, l'intenzione. È un interesse educato, culturale, che si lascia spiegare. Poi, talvolta, qualcosa rompe quell'ordine.

Quel qualcosa lui lo chiamava punctum: un dettaglio che non era stato messo lì per noi e che pure ci raggiunge come una freccia. Una mano, una stringa slacciata, una luce sul collo. Non lo scegliamo: ci trova. «Punctum», in latino, è la ferita, il segno lasciato da uno strumento appuntito.

La differenza è tutta qui: lo studium si commenta, il punctum si patisce. Una fotografia che ha solo studium è corretta e muta; una che ha il punctum continua a sanguinare piano, ogni volta che la guardiamo.

Forse è questo che cerchiamo, in fondo, davanti a un'immagine: non capirla, ma essere feriti con esattezza. Restare, per un istante, senza difese.

#barthes#sguardo#dettaglio

I margini

2 postille
GS
Giordana2 ore fa

«Essere feriti con esattezza»: è la definizione più bella di lettura che abbia incontrato.

NB
Noorieri

Il punctum come una stringa slacciata. Lo porto nel percorso, se mi lasci.

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parte del percorso
Lo sguardo e il tempo

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