Il punctum, la piccola ferita
Barthes distingueva due sguardi sulla fotografia: lo studium che capisce e il punctum che ferisce. Elogio del dettaglio che ci trafigge.
Roland Barthes, davanti alle fotografie, separava due movimenti dell'occhio. Lo studium è ciò che sappiamo guardando: il contesto, l'epoca, l'intenzione. È un interesse educato, culturale, che si lascia spiegare. Poi, talvolta, qualcosa rompe quell'ordine.
Quel qualcosa lui lo chiamava punctum: un dettaglio che non era stato messo lì per noi e che pure ci raggiunge come una freccia. Una mano, una stringa slacciata, una luce sul collo. Non lo scegliamo: ci trova. «Punctum», in latino, è la ferita, il segno lasciato da uno strumento appuntito.
La differenza è tutta qui: lo studium si commenta, il punctum si patisce. Una fotografia che ha solo studium è corretta e muta; una che ha il punctum continua a sanguinare piano, ogni volta che la guardiamo.
Forse è questo che cerchiamo, in fondo, davanti a un'immagine: non capirla, ma essere feriti con esattezza. Restare, per un istante, senza difese.
I margini
2 postille«Essere feriti con esattezza»: è la definizione più bella di lettura che abbia incontrato.
Il punctum come una stringa slacciata. Lo porto nel percorso, se mi lasci.